TRANSIZIONE DIGITALE: IL RISCHIO CHE I LAVORATORI RESTINO INDIETRO



L’Italia sta diventando un Paese più digitale. La Commissione europea, nel rapporto sul Decennio digitale 2026, riconosce progressi nella fibra, nella digitalizzazione delle PMI, nel cloud, nell'analisi dei dati, nell'intelligenza artificiale e nei servizi pubblici digitali.

Dunque il problema non è stabilire se l'Italia stia facendo la transizione digitale. La sta facendo. La domanda è un'altra: come la stiamo facendo e, soprattutto, chi stiamo portando con noi?

Perché una transizione non si misura soltanto contando servizi sul cloud, chilometri di fibra o imprese che utilizzano l'intelligenza artificiale. Bisogna guardare alle persone e, prima di tutto, ai lavoratori.

Il PNRR

Il PNRR ha impresso un'accelerazione decisiva: il 27% del Piano è stato destinato alla transizione digitale. Per la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione sono stati previsti 6,74 miliardi di euro e altri 6,71 miliardi per le reti ultraveloci.

Non sono bruscolini e i risultati si vedono. I dati Istat 2025 mostrano che l'Italia ha coperto l'88,3% del percorso verso l'obiettivo europeo della digitalizzazione di base delle PMI e il 90,7% di quello relativo al cloud. Sull'intelligenza artificiale il grado di raggiungimento dell'obiettivo europeo è passato dal 10,9% del 2024 al 21,9% del 2025.

Le imprese cambiano, le amministrazioni cambiano, le tecnologie cambiano. Ma il lavoro?

Il rischio di una transizione a due velocità

Possiamo installare un software in qualche settimana e automatizzare una procedura in pochi mesi. Per costruire competenze servono anni.

Proprio sulle competenze digitali l'Italia mostra ancora una debolezza strutturale: la Commissione europea segnala competenze di base inferiori alla media europea e una carenza di specialisti ICT.

È una contraddizione che dovrebbe preoccuparci: stiamo introducendo tecnologie più velocemente di quanto stiamo preparando le persone a governarle. E così la tecnologia rischia di aumentare le disuguaglianze: tra imprese, territori, generazioni, tra chi possiede competenze elevate e chi svolge mansioni più facilmente automatizzabili. E, ahinoi, tra chi governa gli algoritmi e chi dagli algoritmi viene governato.

L'intelligenza artificiale cambia ancora le carte

Con l'intelligenza artificiale il problema diventa ancora più grande. La digitalizzazione modificava prevalentemente gli strumenti con cui lavoravamo; l'intelligenza artificiale comincia a modificare il contenuto stesso del lavoro.

Può scrivere, analizzare documenti, programmare, controllare processi, organizzare turni, selezionare candidati, valutare prestazioni. Riguarda l'operaio, l'impiegato, il tecnico, il professionista, il quadro. E domani riguarderà attività che oggi consideriamo difficilmente sostituibili.

Questo non significa mettersi davanti all'innovazione con il cartello dello stop. Sarebbe inutile, oltre che sbagliato, fare i luddisti del terzo millennio. Significa però pretendere di sapere dove stiamo andando.

Non basta formare dopo

Da persona che ha trascorso una vita nel mondo del lavoro e nelle relazioni sindacali, una cosa mi sembra evidente: ogni grande trasformazione tecnologica produce vincitori e sconfitti se viene lasciata alle sole dinamiche del mercato.

La formazione non può essere la medicina che somministriamo al lavoratore quando scopriamo che la sua professionalità non serve più. Dobbiamo individuare prima le professionalità destinate a cambiare e costruire percorsi di aggiornamento mentre quelle persone stanno ancora lavorando. Non dopo. Prima!

L'Italia ha una Strategia nazionale per le competenze digitali e il PNRR finanzia numerose iniziative. È importante, ma occorre un passo ulteriore: trasformare la formazione digitale da opportunità a diritto effettivo del lavoratore durante tutta la vita professionale.


E qui entra in gioco il Sindacato

La transizione digitale non può essere materia riservata a governi, ingegneri, società informatiche e consigli di amministrazione. Deve diventare materia di dialogo sociale e di contrattazione.

Quando un'impresa introduce un sistema di intelligenza artificiale non sta semplicemente comprando un nuovo computer: sta modificando professionalità, responsabilità, carichi di lavoro, sistemi di controllo e, potenzialmente, occupazione.

Le rappresentanze dei lavoratori devono poter discutere prima di queste trasformazioni. In tutte le categorie e in tutti i CCNL è diventato indispensabile, oserei dire vitale, contrattare la transizione digitale: formazione, utilizzo degli algoritmi, sistemi automatizzati di valutazione, diritto a conoscere quando una decisione è stata prodotta o condizionata da un algoritmo e, soprattutto, diritto alla supervisione umana.

C'è poi una domanda che dovremo affrontare: a chi deve andare il dividendo della produttività digitale? Questa è materia sindacale. Forse una delle grandi materie sindacali dei prossimi vent'anni.

Una transizione è giusta soltanto se non lascia indietro nessuno

L'Italia sulla transizione digitale non è ferma. Sta correndo. Abbiamo investimenti, infrastrutture, imprese che innovano, una Pubblica Amministrazione che cambia e un'intelligenza artificiale destinata a diffondersi rapidamente. Ma proprio perché stiamo correndo dobbiamo decidere la direzione.

Possiamo costruire un Paese nel quale l'intelligenza artificiale libera le persone dai lavori ripetitivi, aumenta la produttività, riduce gli orari, migliora la sicurezza e crea nuove professionalità. Oppure uno nel quale aumenta il controllo, cresce l'intensità del lavoro e chi non riesce a tenere il passo viene lasciato indietro.

La differenza non la farà l'algoritmo. La faranno le scelte politiche e la capacità della contrattazione di affermarsi anche in questo ambito.

Stiamo discutendo del lavoro del futuro prossimo. Ed è adesso, non quando la trasformazione sarà terminata, che dobbiamo decidere quale lavoro vogliamo.




 Giovanni Luciano

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